Didattica
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La valigia dell'attore o lo scrigno del saggio? Forse nessuna delle due chiavi, presa e usata di per sé, permette al bagaglio tecnico e didattico di un istruttore di Wing Tjun di essere aperto, scoperto e offerto agli allievi con compiutezza e, soprattutto, efficacia, nella crescita graduale dell'apprendimento. Cioè, a un uditorio – un uditorio “attivo”, beninteso – che presenta naturalmente e ovviamente caratteri di eterogeneità, anche estrema. Ove non, all'opposto, connotati di esclusività, imposta, per esempio – e anche questo è un caso da considerare, nel novero dei possibili approcci – dalla frequenza di una o più lezioni da parte di un solo allievo oppure di un numero di neofiti particolarmente ridotto e “internamente” più omogeneo del consueto, a causa di pregressa reciproca conoscenza fra gli allievi e/o comunanza di status fisico-tecnico-intellettuale. Un piede di partenza comune, insomma, che se da un canto consente all'istruttore di differenziare relativamente l'insegnamento, lo espone dall'altro a insidie nel riconoscimento delle ineliminabili ed essenziali specificità e necessità individuali.
Casi antitetici, l'estrema eterogeneità oppure un'accentuata omogeneità, che impongono all'istruttore proposte e “dosaggi” didattici differenti. Sempre prendendo le mosse, però, dall'esigenza e finalità ineludibili di un corso ben condotto: la crescita graduale delle conoscenze teoriche e tecniche, perché l'allievo sia condotto in tempi ragionevoli, sebbene commisurati alle capacità e all'impegno di ciascuno, al passaggio al grado didattico successivo. Tempi ragionevoli, si è detto. E non a caso: è opportuno e necessario, infatti, evocare e dichiarare, a tale proposito, la “specialità” ed essenza didattica dello stile di Wing Tjun sintetizzato e illuminato da G. M. Yip Man, tenendo conto degli aggiustamenti e degli “scismi” successivi alla sua scomparsa. Talora anche traumatici, ma incapaci di revocare in dubbio la caratteristica saliente e precipua del suo insegnamento. Sintesi ed efficacia, alla base del compendio esaustivo di una scienza marziale immensa, che viene così proposta agli allievi secondo schemi e gradi di apprendimento compiuti eppure essenziali, in grado di condurre al perfezionamento dei programmi in tempi relativamente definiti. E, soprattutto, in modo non vago o dispersivo.
Da qui, nei programmi attuali della nostra scuola, il declinamento di due estremi - tipici rispettivamente della lettura orientale delle arti marziali e della sua “traduzione” nei modelli e nella mentalità occidentale - in una proposta mediana e incisiva, capace, nella distinzione dei modelli e dei programmi didattici, di valorizzare più le simiglianze che le differenze, favorendo, specialmente sui primi gradini dell'esperienza del kung fu, la consapevolezza del raggiungimento di obiettivi senza renderli eccessivamente vincolanti o decisivi nello stabilire i margini di miglioramento o la stessa potenzialità marziale complessiva dell'allievo.
Si tratta, da un lato, e all'estremo, dell'assoluta noncuranza riguardo a “gradi”, “livelli” e ai loro segni esteriori, come cinture, periodici riconoscimenti e attestazioni di medio termine. E, d'altra parte, dell'eccessivo ricorso a quei segni. Cinture, dan, attestati, certificati, che sconfinano, nel variegato mondo delle arti marziali, in auto-apologie spesso apocrife e arbitrarie.
In altri termini, la sapienza marziale cinese, nella propria espressione pura, viene somministrata agli allievi, tendenzialmente, senza fissare obiettivi immediati, ma prendendone di mira uno solo: il più grande e degno. Cioè l'”essere” artista marziale, con una sensibilità verso il “divenire” e il suo manifestarsi che invece solletica molto più evidentemente la maniera occidentale di affrontare una qualsivoglia impresa. Capita, dunque, nelle scuole cinesi, che all'allievo venga richiesta - e basta – l'esecuzione, in tempi indefiniti soggetti alla discrezione, spesso silente, del maestro, di esercizi ripetitivi e apparentemente immotivati nella loro pervicace ripetizione. In questo approccio risiede la semantica essenziale del termine kung fu, che significa, nella difficile traslitterazione concettuale con le nostre lingue, corretta esecuzione (applicazione) di un esercizio, duro lavoro. Intendendo così perfezione esecutiva e al contempo progettuale e percettiva, in un unicum che è il frutto della connessione fra impulso e realizzazione, fra pensiero e azione. Fra corpo e mente, parti di un organismo che è, appunto, sistema. Essere umano come sistema, arte marziale come sistema. Innervati e collegati biologicamente, elettricamente, muscolarmente. E infine - o dall'inizio, se si preferisce - spiritualmente.
Va da sé che nella pratica e nell'allenamento in palestra, simile approccio può risultare di difficile applicazione in una scuola occidentale. Non foss'altro perché la sua comprensione - che pure presenta aspetti di incomparabile bellezza - è aperta, immediatamente, solo all'intuizione più pronta. E' molto esigente, prolungato nel tempo e premia di più, necessariamente, coloro che hanno il talento – o anche solo la buona sorte o la giovane età – di sbagliare o soffrire le difficoltà intermedie meno degli altri. Potendo contare, nello stesso tempo, su decenni per completare l'opera di perfezionamento.
Dunque, senza offrire eccessivamente il fianco a scansioni o giudizi fin troppo immediati o ravvicinati, piegandosi al “modo” occidentale, i programmi didattici informati all'insegnamento di Yip Man danno modo, appunto in tempi ragionevoli, di apprendere il sistema. In modo eufemisticamente “facile”. Offrendo all'allievo, nello stesso tempo, costante e consapevole sentore della propria evoluzione marziale.
Dott. Salvatore Ferro